venerdì 14 ottobre 2011

Dall'indignazione europea all'impegno per gli Stati Uniti d'Europa

Nicola Vallinoto

Da sostenitore del progetto federalista di un'altra Europa 'libera e unita' non posso che ringraziare Rossana Rossanda per aver lanciato sul Manifesto, in collaborazione con sbilanciamoci.info, una discussione a tutto campo sulla rotta del Vecchio continente in questo momento di profonda crisi.

Con questa riflessione vorrei rispondere ai due quesiti posti da Rossanda ovvero se “Non c’è stato qualche errore nella costituzione della Ue? E come si ripara?" La risposta alla prima domanda va ricercata nell’impostazione funzionalista della costruzione europea che non ha consentito il completamento della federazione europea con un governo democratico responsabile di fronte a un Parlamento, eletto dai cittadini europei e con poteri legislativi, per gestire le materie e i beni di interesse comune. La scelta funzionalista con la quale si è costruito prima il mercato unico, lasciando l'unione politica come obiettivo da realizzare in un secondo momento, è stato un errore imperdonabile soprattutto da parte della sinistra che ha creduto di poter perseguire valori e ideali cosmopoliti dentro gli angusti spazi nazionali. La risposta alla seconda domanda mi viene suggerita dalla lettura di un articolo del 1915 pubblicato nel Sotsial-Demokrat in cui Lenin giunge alla conclusione che “la parola d'ordine degli Stati Uniti d'Europa è sbagliata”.

Si tratta ora di capovolgere questa conclusione, ampiamente utilizzata per difendere la teoria del “socialismo in un paese solo”, indicando proprio negli Stati Uniti d'Europa la rotta che può portare il vascello europeo fuori dalle secche intergovernative e dalla crisi dei debiti sovrani. Nel 2001, anno del G8 di Genova, l’Europa intraprendeva il processo costituente che si è concluso, dopo diversi arresti, nel dicembre 2009 con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Nonostante il lungo percorso decisionale il Trattato non ha sciolto i nodi fondamentali della democrazia e non ha visto la partecipazione attiva e consapevole dei cittadini europei con la sola eccezione della Francia dove il referendum sulla Costituzione europea ha generato un dibattito che ha coinvolto tutto il Paese. La crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008 ha evidenziato i limiti e le contraddizioni irrisolte del Trattato di Lisbona: il fatto, ad esempio, di avere una moneta unica, l’Euro, senza un vero governo dell’economia. E ha riaperto così il cantiere della democrazia europea. L’Europa, infatti, si trova davanti ad una scelta non più dilazionabile: da una parte la chiusura identitaria e nazionalista che porta all’inevitabile decadenza della civiltà europea; dall'altra l'apertura cosmopolita e federalista che conduce al progetto di un'Europa ‘libera e unita’ indicato nel 1941 nel Manifesto di Ventotene di cui quest’anno ricorre il settantesimo anniversario. Le vicende degli ultimi mesi ci restituiscono un'Europa in forte difficoltà che, invece di offrire una sponda ai popoli del Maghreb e del Mashrek, si chiude a riccio con preoccupanti fenomeni di nazionalismo e di xenofobia. La reazione europea agli storici eventi dei Paesi del Nord Africa, infatti, è stata quella di alzare nuovi muri e di chiudere le frontiere. Basti pensare alle centinaia di persone in fuga dall’Africa morte nel canale di Sicilia e alla revisione del Trattato di Schengen proposta da Francia e Italia che ha già indotto la Danimarca a reintrodurre controlli piu' stretti ai propri confini. La mobilitazione di reti, campagne e coalizioni transnazionali intorno ai temi dei beni comuni sovranazionali potrà costituire l’elemento centrale per la costruzione di un’altra Europa capace di bilanciare gli effetti negativi della globalizzazione economica neoliberista con la globalizzazione dei diritti e della democrazia. Di fronte a questa crisi politica e sociale, che è prima di tutto una crisi di identità europea, abbiamo avuto le prime reazioni dei giovani europei ai quali è stato rubato il proprio futuro: non ultimo il movimento degli 'indignados' che chiede 'democracia real'. Lo slogan mostrato dai giovani spagnoli dice ‘People of Europe rise up’ (“Popolo europeo sollevati”) che è la stessa richiesta giunta dai giovani greci durante la crisi economica dello scorso anno. E sarà alla base della mobilitazione europea (e mondiale) del 15 ottobre “United for global change” convocata dal Movimiento 15-M nella capitale delle istituzioni europee per chiedere democrazia europea subito. I giovani provenienti da diverse capitali europee mostreranno lo slogan “People of Europe rise up!” e urleranno la loro indignazione nei confronti delle politiche restrittive dell’Unione europea indirizzate alla sola parità di bilancio, con le quali si giustificano i tagli allo stato sociale, invece di lanciare un piano europeo di sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile con il quale dare una prospettiva di rilancio dell’economia europea su basi diverse: ovvero con una visione alternativa della costruzione europea che non sia schiacciata sugli interessi dei grandi capitali e che sia incentrata sulla gestione dei beni pubblici sovranazionali. C'è in tutta Europa una domanda inevasa di alternativa politica che chiede pace, democrazia, lavoro, giustizia e libertà. Tali richieste non possono essere soddisfatte dai governi nazionali nè tanto meno dai partiti politici nazionali. E nessuna risposta viene fornita, al momento, dalle forze politiche europee. Una alternativa può venire, forse, da quel movimento altermondialista che ha dato vita al processo partecipativo del Forum sociale mondiale, nato a Porto Alegre nel 2001 e che, ora, si trova nella sua fase più difficile – quella della progettualità politica - in cui cercare di costruire l’altro mondo possibile al fine di superare i danni prodotti dalla globalizzazione neoliberista. L'appuntamento del forum sociale Genova 2011, tenutosi a luglio nel decennale del G8 di Genova del 2001, è stato un passaggio importante per riannodare i fili di una nuova narrazione politica, sociale e istituzionale dell'Europa a partire dal basso con la partecipazione attiva dei cittadini e delle cittadine d'Europa, e in particolare di quei soggetti che saranno la base della prossima rivoluzione della democrazia europea: i migranti e i precari. Durante il forum ‘Genova 2011’ le associazioni, le reti e i movimenti presenti hanno elaborato un testo “per l'altra Europa” in cui si rilancia la cosiddetta 'dimensione sociale' dell'Europa “contro la mercificazione delle persone e dei beni comuni, immateriali e naturali”. L'orizzonte delle lotte si è spostato dal livello nazionale a quello europeo attraverso campagne e iniziative dei cittadini europei su temi che riguardano la protezione sociale e i diritti universali come il reddito minimo garantito; la cittadinanza europea di residenza; l'acqua come diritto umano; l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie e alla criminalità; un piano europeo di riconversione ecologica e sociale delle produzioni e dei consumi da sostenere con una tassa sulle transazioni finanziarie e sulla carbon tax; il diritto all'informazione, il pluralismo e la libertà di stampa. Da Genova è partita la ri-costruzione di una rete sovranazionale a cominciare dalle iniziative dei cittadini europei, dalle alternative per un nuovo modello di sviluppo, energetico e di consumo, da nuove relazioni con i paesi in via di sviluppo e da percorsi costituzionali che portino a una democrazia europea compiuta. Un percorso diverso da quello indicato da Angela Merkel e Nicholas Sarkozy a conclusione del vertice bilaterale del 16 agosto a Parigi. La proposta franco-tedesca di un “governo europeo dell'economia” per gestire la crisi dei debiti sovrani rimane nel solco del metodo intergovernativo che in tutti questi anni ha bloccato ogni decisione europea che potesse risollevare le sorti dei cittadini europei e dare le risposte che essi si sarebbero aspettati. L'idea di un'autorità sopranazionale, come la Commissione, a capo delle scelte comuni è stata respinta. La soluzione proposta dai due leader oltre a non prevedere l'introduzione di Eurobond mantiene il potere di veto dei singoli governi nazionali. “L'Ue deve ancora colmare un deficit democratico delle sue istituzioni“ ha giustamente sottolineato la sentenza della Corte costituzionale federale tedesca del 30 giugno 2009 sul Trattato di Lisbona. La soluzione proposta da Merkel e Sarkozy, evidentemente, non riesce a colmare il gap di democrazia. Ogni ulteriore avanzamento del progetto politico europeo non potrà essere conseguito senza la partecipazione dei cittadini europei: questo è il lascito dei referendum sulla Costituzione europea in Francia e in Olanda. Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea, in un appello pubblicato da Il Messaggero, dopo aver criticato le conclusioni del Vertice franco-tedesco del 16 agosto e stigmatizzato il fatto che, sulle grandi decisioni di politica economica, i rappresentanti dei cittadini europei siano solo “informati” dal Consiglio ha concluso affermando che alla crisi politica dell'Europa occorre dare una risposta politica e che “questa risposta non può che venire dal Parlamento europeo. L’Europa ha bisogno di entrare in una nuova fase, nella quale il Parlamento si faccia carico dei problemi comuni e indichi ai governi la strada da percorrere”. Il Parlamento europeo, secondo la procedura di revisione ordinaria del Trattato (art. 48 TUE), può sottoporre al Consiglio dei progetti di revisione dei trattati. In questo caso, il Consiglio europeo adotta a maggioranza semplice una decisione a favore dell'esame dei progetti proposti dal Parlamento e convoca una “Convenzione” incaricata di approvare – per consenso – una raccomandazione per la conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri. Partendo da questa procedura il Parlamento europeo, unica istituzione europea eletta a suffragio universale, di fronte alla crisi in cui trova il vecchio continente potrebbe indicare ai governi, sotto la spinta dei cittadini europei che chiedono più democrazia (non ultimi i movimenti degli indignados), la strada per uscire dalle secche intergovernative. Strada che porta all'elaborazione di un patto costituzionale della società europea che possa rilanciare il progetto di una federazione europea a forti contenuti sociali. Tale progetto dovrebbe poi passare all'esame di una Convenzione costituente - eliminando la conferenza intergovernativa - e sottoposto all'approvazione finale dei cittadini tramite un referendum pan-europeo. Il Gruppo Spinelli di recente formazione e composto anche da eurodeputati di diversa estrazione potrebbe assumere un ruolo guida in un’azione costituente del Parlamento europeo. Nel manifesto fondativo del Gruppo, infatti, si legge che gli Stati membri continuano a preferire soluzioni intergovernative a quelle europee fino al punto di mettere a rischio la tenuta dell’Euro. La storia dell’UE ha dimostrato che la risposta ai problemi che abbiamo di fronte si trova in più Europa e non in meno Europa. Il manifesto conclude affermando che il nazionalismo è una ideologia del passato e che l’obiettivo del Gruppo è un’Europa dei cittadini, federale e post-nazionale. Da una parte, quindi, ci vuole la spinta necessaria del popolo europeo per una maggiore integrazione politica a partire dalla soluzione comune di problemi specifici (e le iniziative dei cittadini europei saranno un aiuto in tal senso) dall'altra ci vuole la politica - a cominciare dal Parlamento europeo e dai partiti europei progressisti - che dovrebbe promuovere, in primis, quei valori indicati da Manuel Castells (la necessità di una protezione sociale universale delle condizioni di vita, la solidarietà sociale, un lavoro stabile, i diritti dei lavoratori, i diritti umani universali, la preoccupazione per i poveri del mondo, l’estensione della democrazia a tutti i livelli) per rafforzare una comune identità europea e, contemporaneamente, dovrebbe rispondere alle richieste di maggior democrazia, diritti e giustizia sociale per frenare l'ondata di euroscetticismo. Per concludere la vera posta in gioco della crisi dei debiti sovrani non è il salvataggio dell’Euro bensì l’implosione della casa comune europea e la conseguente esplosione di fenomeni micronazionalisti come quello padano. Il ritorno alle monete e alle sovranità nazionali non è la soluzione come alcuni sembrano voler proporre. La soluzione alla crisi economica e sociale e alle disuguaglianze provocate dalla globalizzazione neoliberista va ricercata a livello sovranazionale a cominciare da quello europeo. Per evitare una deriva nazionalista dagli esiti catastrofici un numero crescente di uomini politici a tutti i livelli e di cittadini europei stanno convergendo sulla ricetta degli Stati Uniti d’Europa - sintesi del progetto federalista del Manifesto di Ventotene e di un'Europa sociale che può offrire ai giovani una speranza per il futuro - i cui attori sono tutti egualmente necessari: i governi (ostacolo e strumento per il superamento delle sovranità nazionali), il Parlamento europeo ed, infine, il popolo europeo ciascuno con la propria parte di responsabilità. A quest'ultimo spetta il ruolo più importante ovvero quello di spezzare le catene del nazionalismo alle quali sono attaccati i governi e le forze della conservazione. Dall'indignazione 'senza frontiere' dei giovani europei può forse nascere la prima vera democrazia europea: gli Stati Uniti d'Europa.

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