mercoledì 12 ottobre 2011

Verso il 15 ottobre un appello per il reddito di base

Nel marzo di quattro anni fa, all'alba dell'attuale crisi globale, Ulrich Beck osservò: «Dobbiamo finalmente porre all'ordine del giorno queste questioni: come si può condurre una vita sensata anche se non si trova un lavoro? Come saranno possibili la democrazia e la libertà al di là della piena occupazione? Come potranno le persone diventare cittadini consapevoli, senza un lavoro retribuito? Abbiamo bisogno di un reddito di cittadinanza. Non è una provocazione, ma un'esigenza politica realistica». Dinanzi a questa crisi infinita, che produce sempre più disoccupazione e povertà di massa e all'incapacità delle classi dirigenti di intervenire per ridurre i danni sociali, riteniamo sia il momento di rilanciare l'esortazione in favore di un reddito di base incondizionato, come concreta opzione per garantire, nell'immediato, la possibilità di una vita degna alle persone più drammaticamente colpite da insicurezza e impoverimento e, in prospettiva, per auspicare e realizzare un'altra idea di società. Nei movimenti di cittadini che si mobilitano per rispondere alla crisi c'è una diffusa richiesta di trasformazione delle politiche pubbliche, in favore di maggiori interventi garantistici, per il riconoscimento di diritti sociali universali e il ripensamento del modello di sviluppo, oltre e contro la finanziarizzazione dell'economia.

lunedì 10 ottobre 2011

Il Parlamento Europeo e il diritto universale all'acqua

Stefano Squarcina

Il Parlamento europeo, unica istituzione dell’Unione Europea con piena legittimità democratica conferitagli dall’elezione a suffragio universale diretto, ha una storia consolidata di prese di posizioni politiche a favore del diritto universale all’accesso all’acqua potabile, che –secondo l’istituzione parlamentare che controlla Commissione e Consiglio- solo un servizio pubblico può garantire, sebbene non scarti mai in assoluto ipotesi di partenariato pubblico-privato accanto a quelle pubblico-pubblico. Il 4 settembre 2003 il Parlamento europeo approva all’unanimità una risoluzione “sulla gestione delle risorse idriche nella politica dei Paesi in Via di Sviluppo e le priorità della cooperazione internazionale dell’Unione Europea”. L’accento è messo soprattutto sui problemi dei Paesi più poveri nell’approvvigionamento d’acqua, ma la relazione contiene molte affermazioni importanti che vanno oltre quel quadro. Il Parlamento parte della constatazione “che, su sei miliardi di esseri umani (siamo nel 2003, NDR), 1,7 miliardi di persone non hanno accesso all'acqua potabile e più di tre miliardi non hanno accesso ad adeguate strutture igienico-sanitarie”; e che “la rarefazione delle risorse e le sfide economiche e territoriali correlate all'acqua rischiano di provocare conflitti armati in talune regioni del globo, compromettendo così lo sviluppo sostenibile, la pace e la stabilità”.

venerdì 7 ottobre 2011

Alternative reali: Per un nuovo patto sociale europeo

Lorenzo Marsili, European Alternatives

Negli ultimi mesi quasi tutti i paesi europei sono stati soggetti a politiche di austerità, tagli ai servizi di sicurezza sociale, nella tendenza generalizzata a spostare sui più deboli i costi della crisi e del salvataggio delle banche.
Le politiche di austerità non stanno funzionando. Non sono né democratiche, né giuste, né una via realistica per uscire dalla crisi. Tagli al Welfare, privatizzazioni forzate, e una riduzione del costo e della dignità del lavoro stanno trascinando i paesi europei in un circolo vizioso di riduzione della produzione economica e crescita del deficit, al tempo stesso favorendo gli stessi interessi economici e finanziari che sono stati i primi responsabili della crisi.
La crisi ha svelato l’illusione che voleva i mercati capaci di autoregolarsi, perciò ora spetta alla politica prendere nuovamente le redini dell’economia. In Europa, il rilancio dell’economia richiede decisioni coordinate. Al momento queste decisioni sono prese senza alcuna partecipazione democratica, e con risultati che gran parte dei cittadini percepiscono come totalmente ingiusti. Le proteste sono un segno di questo sentimento condiviso di ingiustizia.

giovedì 6 ottobre 2011

Il default della Grecia

L'articolo presentato uscirà sul prossimo numero di Progetto Lavoro per una sinistra del XXI secolo
Stefano Squarcina

É venuto il momento di allacciare le cinture di sicurezza, e di stringerle forte, visto che stanno saltando uno dopo l'altro i vari piani di salvataggio elaborati dall'Unione Europea per tamponare la crisi finanziaria greca ed evitarne una più complessiva di tutta l'eurozona. Del resto, queste strategie non hanno alcun reale significato economico, limitandosi -in modo ostinato ed ideologico- a fare della Grecia un capro espiatorio per colpe che non sono tutte sue. Stiamo arrivando al momento della verità, all'ammissione politica dell'inadeguatezza dell'intervento europeo verso Atene e al riconoscimento del fatto che, alla fine, solo un fallimento controllato ed ordinato della Grecia rappresenterà la vera "exit strategy" da questa situazione. Certo, l'Unione Europea non userà mai formalmente questa parola ("default"), anche perché rappresenterebbe contemporaneamente il suo di "fallimento", politico ed economico-finanziario, ma basta dare un'occhiata alla realtà dei fatti per accorgersi di cosa stiamo parlando. Andiamo con ordine.

Materiali da scaricare: scheda sulla Tassa sulle Transazioni Finanziarie

Scarica la scheda, clicca qui

Eurobond

L'articolo presentato uscirà sul prossimo numero di Progetto Lavoro per una sinistra del XXI secolo
Stefano Squarcina

Il dibattito politico sugli Eurobond, in altre parole sulla proposta di creare obbligazioni del debito pubblico dei diciassette Paesi dell'Eurozona emesse da un'apposita agenzia dell'Unione Europea e garantite congiuntamente dall'Eurozona stessa, ha ripreso il volo quest'estate, durante il picco della crisi politico-finanziaria che ha investito i mercati mondiali, e più particolarmente europei. Possiamo distinguere quattro tipi possibili di questi strumenti finanziari:

1) gli "Union Bond": titoli di debito pubblico europeo a lungo termine proposti nel 1993 dall'allora Presidente della Commissione europea Jacques Delors, che dovevano essere garantiti dal bilancio della Comunità europea per finanziare investimenti in grandi infrastrutture transeuropee i cui ricavi sarebbero andati ai promotori dei progetti medesimi. Non se n'è fatto mai nulla. Una loro parziale variante sono i “Project Bond" sostenuti da José Manuel Barroso nel 2010, per realizzare singole infrastrutture europee con finanziamenti nel partenariato pubblico-privato: ne esistono alcuni esempi, poco significativi per la loro portata finanziaria;

2) gli "Stability Bond": è un modo diverso di chiamare il "Fondo Europeo per la Stabilità Finanziaria" (EFSF), dotato di garanzie di capitale fino a 440 miliardi per emettere titoli finalizzati a prestiti condizionati ai Paesi in crisi dell'Eurozona. L'EFSF viene alimentato da versamenti nazionali dei diciassette stati dell'Eurozona proporzionali alle quote che gli stessi stati hanno nella Banca Centrale Europea; nel 2013 l'EFSF verrà sostituito dal "Meccanismo Europeo di Stabilità" (MES);

Stress Test

L'articolo presentato uscirà sul prossimo numero di Progetto Lavoro per una sinistra del XXI secolo
Stefano Squarcina

Pensata come grande operazione di esibizione di muscoli finanziari per dimostrare che tutto va bene e che lo stato di salute del sistema bancario europeo è eccellente, la pubblicazione -il 15 luglio scorso- dei risultati degli « stress test » cui sono stati sottoposti 91 istituti finanziari dell’UE non ha convinto nessuno. Per mettersi al riparo dalle critiche di chi la accusava di non voler vedere in faccia la verità -l’estrema fragilità del sistema creditizio europeo- l’Autorità Bancaria Europea (ABE) ha elaborato dei potenziali « scenari di crisi acuta » e ha chiesto alle banche di verificare la loro solidità e liquidità in tali contesti virtuali. L’obiettivo principale era di testare i livelli critici del « Tier One », i fondi reali a disposizione degli istituti finanziari, quelli che rappresentano la vera garanzia per i creditori in caso di catastrofe (immaginata come una crisi di almeno due anni, con crescita nulla del PIB per il 2012 e di -0,4% per il 2011), e fissati tra il 5 ed il 7% dell’insieme delle attività della banca in questione. Ma l’attendibilità scientifica e politica degli “stress test” è stata macchiata dalla decisione dell’ABE di escludere da ogni “scenario di crisi” qualsiasi ipotesi di default o fallimento di uno Stato Membro dell’Unione, come la Grecia o il Portogallo, ipotesi invece molto realistica vista la situazione. Questo significa che l’ABE, per ragioni squisitamente politiche (“non è all’ordine del giorno nessun default in Europa”, ma chi gliel’ha detto…), ha ordinato “stress test” dalla credibilità inesistente, come puntualmente si è verificato poche settimane dopo la pubblicazione dei risultati, quando il sistema creditizio e finanziario mondiale è entrato nella più grave crisi dopo quella scatenata dai “subprimes” americani nel 2008.